admin On novembre - 8 - 2010

BLANK DOGS
live @ COVO CLUB (BOLOGNA) – 26 / 11/ 2010

 
Non è certo una folla oceanica a riempire la sala grande del Covo. Si sta larghi, se così si può dire. Considerazione più che mai sorprendente, considerando l’inserimento della serata all’interno della rassegna “Bologna Città d’Europa” e il conseguente ingresso gratuito.
Nonché la portata dell’hype che gravita intorno all’artista in questione, il cui precedente “Under and Under” fu per chi scrive l’uscita più rappresentativa del 2009.
Un disco capace di cogliere alla perfezione lo spirito di fine decennio, con il trend a bassa fedeltà e quelle irresistibili canzonette incompiute e approssimative. Ripetizione piuttosto che complicazione; un’ode alla semplicità.
Per non parlare del decantato ritorno al vinile, lenta e tuttavia tangibile inversione di marcia che stasera s’incarna nel fornito banchetto del merchandise, un autentico elogio al supporto, dato che è disponibile addirittura un piccolo catalogo di nastri: scelta più che mai sensata viste le scelte di produzione dell’artista, nonché l’attitudine al collezionismo di cui il Nostro non ha mai fatto mistero. 
Fare attenzione a questi preamboli è più che mai necessario, poiché è indubbio come dai suddetti fattori non possa prescindere il giudizio sulla performance in sè: pena sarebbe ridurla ad una puerile riproposizione della wave più saccheggiata, ignorandone completamente gli intenti.
I quali invece, preso atto delle considerazione iniziali, appaiono estremamente evidenti: la  solita wave c’è, eccome, ma qui è riproposta in maniera fredda, straniante. Prova ne è il fatto che le chitarre schizzino fuori glaciali esclusivamente dalle casse per l’audience, estremizzando l’approccio di Colin Newman degli Wire, che si rifiutava sistematicamente di utilizzare ampli valvolari. Suonavano troppo sfacciatamente rock, diceva. Troppo muscolari, troppo umani. Stasera succede di più: qui, di ampli, nemmeno il ricordo.
La ritmica è sostenuta da un motorik elettronico di una scarnezza disarmante, sputato fuori da una macchina e coadiuvato da un metabatterista dal set minimalissimo, movenze da androide ed espressione pressoché assente.
Il risultato è che Blank Dogs e la sua band suonino come un orchestrina di replicanti alle prese con la new wave da cameretta ed il songwriting illuminato di certi Jesus & Mary Chain.
 Si cerca la spersonalizzazione totale, per culminare, a conti fatti, in una spiccata affermazione della propria personalità e della propria diversità sulle anonime schiere di band revivaliste di quel florido periodo.
E la performance corre, trainata dagli alti bpm e dall’effimera durata di pressoché tutti i brani. Che funzionano, eccome: Mike Sniper qualche dote ce l’ha e tutto è eseguito per bene, con l’indescrivibile sensazione di vedere una band che suona molto più pulita sul palco che nello stereo.
Ma quando si arriva alla mezz’ora, sopraggiunge il principale difetto di cui pure i dischi soffrono immancabilmente: la ripetitività – senz’altro voluta e perfettamente consona alla natura del progetto, ci mancherebbe- diventa davvero eccessiva, mentre la pulizia sonora e di esecuzione a cui non siamo abituati finisce per rendere stucchevoli e fin troppo piacioni alcuni momenti che nella confusione dei dischi entusiasmano.
Ciò rende i quaranta minuti di esibizione più che sufficienti, senza alcun bis preteso ne tantomeno offerto, dimostrando che Sniper è intelligente e che nulla di ciò che combina succede per caso. Mi piace pensare che la sua attitudine live abbia più di qualcosa in comune, con le dovute proporzioni, a quella dei primi Velvet Underground.
 
Sulla longevità del progetto non c’è da scommettere troppo: un live di Blank Dogs è però un’esperienza che senz’altro vale la pena di vivere nell’ here and now; l’unica dimensione in cui un’operazione di questo tipo trovi realmente un senso.

di Alberto Casagrande

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